Temporale
Ho guardato l’acqua attraversare rapida la luce della sera
e i lampi frangere il cielo e distribuire istanti di bagliori
Ho ascoltato propagarsi il fragore dei tuoni
deviato dalla pioggia e rapito da raffiche di vento
Ho visto agitarsi le fronde e tremare le foglie
mentre gli alberi ardevano tra fiamme di fulmini
Ho ascoltato la musica tribale del temporale crescere
E guardato mostri di nubi assediare il cielo
Fino alla tregua rapidamente raggiunta
percorsa da singhiozzi di bagliori
da una sinfonia di soffi lievi
da sciami di lucciole sospese tra i pensieri
La solitudine
Si apposta silente
nel segreto di anse.
Spia la vita che scorre
e con balzi improvvisi
l’assale e la sbrana
tra sponde affollate.
Come il picchio
scalpella e cante
isolato e schivo
nei vortici di tronco
e su distese erbose
Così io anelo
un nido tranquillo
dove metter ali
al canto
su spartito di fronde
Sciolgo le gomene
che stringono
speranze e illusioni
all’umano canto.
Nel tepore primaverile
metto radici.
E sono ciliegio in fiore
e nido d’uccelli.
Svegliarsi
Con la bufera dentro
e il cielo gonfio di nubi scure
Sentirsi uccello ramingo e fuggiasco
senza nido e senza stormo
Volare controvento nel buio
in cerca di altro buio
Verso corrispondenze
intime e oscure
E attraversare assetato la pioggia
in cerca di altra pioggia
Nell’esplosione di tuoni
trafitto da strali e irrorato di sangue
Fino a squarciare la coltre nera
e trovarsi di nuovo
irretito e ferito
in una giornata di sole
Con la bufera dentro
Il lago
Racconta di sé
A riva giunge la voce
sommessa a sussurrare
la serenità remota
del suo ramo
Il paesaggio si culla lieve
e sognante nelle trasparenze
E la luce ha sguardi
dolci e sfumati
Con le radici nel greto di lago
i pensieri volano
come gabbiani verso il mare
Liberi nel vento
e abbandonati alle onde
A guardare il tramonto
sciogliersi prima in cielo
poi in mare
fino a colorare la sabbia
Fino a divenire dondolio
e danza di bagliori
nella sera
Fino a divenire musica
nell’anima fluttuante.
Ci sono giorni in cui i germogli non sbocciano
e i gorgheggi non sono accordi di melodia.
Così il soffio del vento non rinfresca
e nelle ali non s’involano pensieri lievi.
Persino i raggi di sole non riscaldano
e si spengono scialbi nel tramonto opaco
di una sera senza cielo e senza stelle
di una notte senza luna e senza sogni.
Dentro un cuore perso
che piange la sua anima che teme smarrita.
La coda dell’aquilone
Il vento aveva percorso veloce l’intera giornata trasportando dinamiche fantasie di nuvole.
Ai grovigli scuri e inquietanti dalle forme minacciose di mostri armati di frecce e lance
erano seguite pennellate dense color lavanda, fresche e corpose, ancora gocciolanti,
infine era sfilata una coreografia evanescente fatta di cordoli chiari e sfilacciati.
Poi il vento era cessato lasciando il cielo di un azzurro lucido e assoluto.
Dileguando la vita effimera e trasforme di ogni vapore.
Al tramonto avevo raggiunto la spiaggia davanti a casa.
Il sole – nella sua discesa - rilasciava stelle filanti colorate.
Distesa su uno scoglio proteso nel mare, assaporavo l’ospitalità calda della pietra.
La sentivo forte e dura, eppure accogliente. Presente e viva, eppure remota e antica.
Lasciavo che la luce e i colori attraversassero il mio sguardo. Aperto e libero.
E che il cicaleccio delle acque e il canto senza fine delle onde scorressero nelle anse più segrete e irraggiungibili. A rinfrescare, o forse solo a lenire o ipnotizzare, stati d’animo incerti e accidentati.
Da tempo la realtà mi appariva opaca, sfuggente, lontana. Scomposta. Frantumata.
A tratti inesistente e irrilevante nel suo darsi e nella sua materialità.
In ogni momento da costruire e inventare. Secondo il pensiero e la fantasia.
Sentivo aumentare la distanza rispetto agli altri. Nella divergenza, nella disgregazione.
Il gioco della comunicazione, con le sue regole fasulle e prevedibili, mi annoiava.
Come un velo di Maia ormai noto e logoro. Banale. Eppur potente e ineludibile.
Provavo fastidio e insofferenza. Il desiderio di scostarlo, strapparlo e vedere oltre.
Quell’infinito che percepivo dentro e fuori di me. Che ricercavo.
Proprio nella natura, nei suoi colori e nelle sue voci. In uno sguardo o in un gesto.
Che mi faceva vivere istanti eterni. Di pace, di gioia, di armonia.
Prima di svanire. Come una bolla, la più bella.
Lasciando dentro di me una gran nostalgia.
Distesa, percepivo i miei contorni dissolversi ed evaporare nell’aria.
Ero pietra e luce nel mare, schiuma tra gli scogli. Polpo fluttuante.
Brezza leggera. Grido dei gabbiani. Eco di tramonto.
Ogni cosa e nessuna in particolare.
Fuori dal tempo e dallo spazio. Nell’indistinto.
Per sentirmi nel Tempo e nello Spazio. Nell’Identità più compiuta.
Venne lentamente il buio.
Un brivido, forse il riaffiorare di paure infantili.
Poi l’oscurità avvolgente. Come un grembo ospitale. Morbido e vellutato.
Con il carillon cadenzato delle acque, le luci delle stelle, le fiabe della notte.
Con il brulichio di vita sulla costa. Rassicurante nella sua presenza. Eppur così diverso e lontano dal mio mondo interiore.
Finché, improvvisamente, il buio ingoiò la terra in un lungo black out.
Allora rimasi dolcemente nell’atmosfera notturna.
Sotto un cielo di stelle anni luce lontane, eppur così luminose.
Di miliardi di anni. Da sfiorare l’eternità.
Vidi Arturo nell’aquilone e accanto la Corona boreale.
Poi una stella cadente. La coda dell’aquilone.
La seguii in cielo tra le costellazioni. Del Sagittario, della Vergine, del Cigno.
Fino alla Stella polare nel piccolo carro dell’Orsa minore.
Fino a Mizar e Alcor nel Grande Carro.
Fino alla Luna che, piena e infuocata, s’inabissava nelle profondità marine.
I miei sogni infantili si stavano avverando
tra cielo e terra. Nel mio animo.
Vorrei
Spegnere i riflettori
sulle ribalte del mondo
e sui palchi affollati
di trionfi effimeri
e vuota vanità.
Nutrirmi di primavera
inseguendo il volo
di una farfalla.
Solitudine
Ho camminato lungo i giorni
in cerca di fiori
E dentro le notti
in cerca di stelle
Per respirarne il profumo
e nutrirmi di luce
Per colmare la mia solitudine
assetata di sogni
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